Solitudine

Le ultime settimane erano state difficili: missioni di sbarco ad alto rischio per i suoi uomini, un nuovo membro dell’equipaggio da inserire in ingranaggi già rodati e, come se non bastasse, due dei suoi ufficiali anziani in procinto di convolare a nozze… E non era affatto facile diramare inviti e partecipazioni a mezzo quadrante!

Il Capitano Saint’Vito aveva dannatamente bisogno di concedersi una vacanza ristoratrice. Una lunga licenza era naturalmente fuori discussione, ma doveva assolutamente trovare un modo per rilassarsi prima che l’ufficiale medico capo Trelenah'k si accorgesse delle sue condizioni e lo costringesse a un riposo forzato in infermeria.


Cosa scegliere? Le emozioni fittizie del ponte ologrammi, capace di creare dal qualsiasi sensazione, dal profumo pieno di vita e di attese della primavera alla leggera tristezza dell’autunno che inizia, quando i boschi si colorano di tinte innaturali e la tristezza permea l’animo? Oppure una breve licenza sul pianeta sottostante, magari nell’assolata regione dei laghi? L’indecisione era forte, ma una capatina sul ponte ologrammi sembrava la soluzione più facile e immediata. Dopotutto, il pianeta attorno al quale orbitavano ormai da sette giorni, in attesa di imbarcare non ben identificati antivirus, era Denobula, uno dei mondi più sovrappopolati dell’intero quadrante: una volta sbarcato, sarebbe stato sicuramente travolto da una tale folla di persone da diventare pazzo. Difficile dimenticare infatti che, secondo le usanze denobulane, la poligamia era un costume talmente diffuso che un individuo poteva avere fino a sette coniugi e le famiglie potevano arrivare ad includere 750 membri.

Il Capitano Saint’Vito si riscosse infine dalle sue meditazioni, si alzò risolutamente dalla poltrona e uscì dalla Sala Tattica. Attraversando la plancia, rivolse un rapido cenno d’intesa all’ufficiale a capo del secondo turno, per assicurarsi che tutto andasse per il meglio, poi entrò nel turboascensore.

Quando fece il suo ingresso nel Bar di Prora, Saint’Vito trovò ovviamente sua moglie Wolverina intenta a tenere in ordine e in riga quel porto di mare che è il bar di una nave della Flotta Stellare sempre in prima linea.

Ciao, mogliettina. Novità?”

Niente di particolare. Anzi, visto che per il momento siamo tutti a riposo, perché non ne approfitti anche tu per farti un giro su Denobula?”

La proposta di Wolverina lo colse in contropiede. Ormai si era già preparato a trascorrere qualche ora di divertimento simulato, anche perché la moglie era sempre recalcitrante a mandarlo in giro da solo per pianeti.


Perché no? Mi sembra una buona idea.” disse Saint’Vito con una punta di incertezza nella voce.

Perfetto. Ti aspetto per domani sera. E, mi raccomando, attento alle Denobulane: mi hanno raccontato di certi atteggiamenti eccessivamente… affettuosi.” replicò Wolverina con malcelata malizia.

Il Capitano mimò un bacio in direzione della moglie e, quando questa scomparve tra le bottiglie sotto il bancone, girò i tacchi. Ancora un po’ stupito ma deciso a cogliere al volo l’occasione, Saint’Vito si diresse rapidamente al proprio alloggio, per rimpiazzare la divisa con degli abiti civili e radunare le sue cose. Dopo aver lasciato le opportune consegne al Primo Ufficiale Zalak, si diresse fischiettando alla Sala Teletrasporto 2.


Durante il tragitto, il Capitano si imbatté nella Guardiamarina Yumass, recentemente promossa. La giovane Klingon si era ritrovata sulle spalle tutta la responsabilità della Sala Macchine, da quando il matrimonio dell’Ammiraglio Branniga e del Capo Ingegnere H’Elsak aveva sottratto entrambi ai propri compiti per la meritata luna di miele. Alcuni avrebbero potuto obiettare che Yumass era troppo giovane ed inesperta per ricoprire quell’incarico a tempo pieno ma, dopo aver lavorato al suo fianco nelle recenti missioni, Saint’Vito aveva imparato ad appezzare la precisione e la caparbietà della giovane. La Sala Macchine era in buone mani.

Buongiorno, Guardiamarina. Tutto a posto?” chiese il Capitano scrutando le profonde occhiaie scavate dalla stanchezza nel volto della Klingon. Forse stava approfittando troppo di quelle giovani spalle.

Questo maledetto cumulo di forshak di un trasduttore! Ma so io come sistemarlo!” imprecò Yumass, stringendo nel pugno un oggetto metallico che produsse un sinistro scricchiolio. Le buone maniere della Guardiamarina non avevano mai lasciato dubbi sul suo fiero retaggio.

Beh, se avesse bisogno, non esiti a contattarmi. Sbarcherò sul pianeta per qualche ora…”

Il Capitano ebbe la netta impressione che le sue parole si perdessero nel vuoto, mentre il povero trasduttore veniva sbatacchiato contro la paratia con studiata precisione. Dopotutto, quelle giovani spalle erano pronte a sopportare grandi responsabilità.


Saint’Vito entrò nella Sala Teletrasporto 2 e fornì all’ufficiale di servizio le coordinate della sua destinazione.

Qualche istante dopo, si materializzò esattamente al centro della piazza principale della capitale. Ora non rimaneva che iniziare il suo giro turistico e, magari più tardi, trovare un buon posto dove pranzare.

Gironzolare su Denobula era un’esperienza disorientante: centinaia di persone si accalcavano da ogni parte, vociando e spingendo, rendendo difficile persino respirare. Abituato com’era all’ordinata vita di bordo, Saint’Vito cominciava a sentirsi a disagio in tutto quel bailamme. Stava iniziando a pentirsi della sua decisione di scendere sul pianeta quando, girato l’angolo di un palazzo, vide un vicolo angusto e insolitamente tranquillo: senza pensarci due volte, lo imboccò velocemente e si appoggiò al muro per riprendere fiato.

Era una situazione molto strana: nella via principale scorreva un fiume inarrestabile di persone ma la stradina in cui aveva trovato rifugio era praticamente deserta, come se fosse invisibile ai più.

Saint’Vito respirò a fondo, gustandosi quei momenti di pace. Rilassandosi si rese conto di avere una certa fame, tanto valeva risalire a bordo, il progetto “giretto rilassante” sulla superficie era miseramente fallito; stava per azionare il comunicatore quando con la coda dell’occhio vide un’insegna che attirò la sua attenzione, sembrava un bar non certo il ristorante che cercava, se il locale non si fosse dimostrato troppo affollato un aperitivo prima di risalire lo avrebbe bevuto volentieri, almeno poteva pensare di essere sceso sulla superficie per qualcosa.

L’ingresso non era certo invitante una vecchia porta di legno fatiscente, la maniglia in ottone era finemente lavorata ma dimostrava poca manutenzione, all’interno delle rifiniture trafilava il verde rame tipico del metallo ossidato. Entrò lo stesso e si trovò immerso nel vociare tipico dei bar colmi di persone, i tavoli erano tutti occupati, si avvicinò al bancone e si sedette su un seggiolino attendendo che il barista gli rivolgesse la parola.


Salve, Capitano, sono Cap il barista di questo posto. Cosa le posso servire?”

Mi scusi, ma come fa a sapere che sono Capitano?” chiese con perplessità, dopotutto indossava abiti civile.

Qui dentro sono tutti Capitani. O così o niente. Cosa le porto?” La risposta era decisa e al tempo stesso ironica. Cosa voleva dire o Capitani o niente? E ora che ci pensava che razza di nome era Cap?

Che gin ha?” Aveva già in mente cosa bere e poi preferiva non farsi troppe domande era lì per rilassarsi.

Gordon, Tanqueray, Bombay. Questi quelli terrestri, se vuole invece gusti esotici ho quello tellarita, agosiano e altro, mi dica lei.”

Si chiese come faceva Cap ad avere tutta questa scelta in un bar su Denobula. Ancora domande?

No, no, cose semplici e terrestri. Fammi un martini cocktail con del sano Bombay. Ah! Mi raccomando un pochino secco e senza olive solo una spruzzatina di limone.”

Va bene, subito pronto.” – rispose il barista. “Ah, Capitano la regola di questo bar…”

Anche qui regole?” Lui voleva rilassarsi e di regole ne aveva piene le tasche, di rispettarle e di farle rispettare.

Una sola, il primo giro è gratis se si racconta una storia”

Che storia? E a chi?”

Questo lo capirà da solo, quando sarà il momento.” ammiccò Cap.


Misteri, ancora misteri. Dove era capitato? Forse avrebbe fatto meglio a non entrare. Eppure qualcosa lo tratteneva e poi aveva già ordinato. Ormai doveva consumare!


In quel momento una inserviente, capelli scuri vaporosi e soprattutto occhi verde smeraldo dove un uomo si poteva perdere, si avvicinò a Cap e gli mormorò qualcosa nell’orecchio. Un cenno d’assenso e proseguì nella preparazione della bevanda richiestagli.


Pronti” disse Cap “mi segua, la porto al tavolo.”

Preferirei berlo qui, a dire il vero.”

E’ stata richiesta la sua presenza a quel tavolo, ma se vuole rifiutare, liberissimo.” Cap gli indico un tavolo in fondo alla sala dove erano seduti quattro uomini e una donna.


Si girò seguendo il gesto e si sentì quasi svenire, a quel tavolo erano seduti alcuni fra i Capitani più famosi della Flotta Stellare….

Poteva rifiutare? Autentiche leggende viventi e a pensarci bene non solo erano sedute a quel tavolo. Ma come era possibile? Passi il Capitano Picard e l’ammiraglio Janeway; ma il Capitano Sisko era scomparso da qualche tempo nel tunnel spaziale bajoriano, il Capitano Archer era morto almeno da un paio di secoli, per non parlare poi di Kirk che tra morti e risurrezioni era comunque da qualche tempo che non si sentiva più parlare di lui.

C’era qualcosa che non andava, aveva improvvisamente voglia di uscire da quel locale strano e misterioso, si sentiva soffocare e un effetto claustrofobico stava avendo la meglio su di lui, si sentiva stringere la gola e la fronte imperlarsi di sudore.

Guardò il suo martini, magari ne aveva bevuto ed era stato drogato. No, era lì tutto intero nel bicchiere ancora freddo, non era quella la motivazione.

Guardò in volto al barista il quale ricambiò il suo sguardo con malcelata soddisfazione.

Coraggio, Sairo, l’invito vale per stasera non per l’anno prossimo.”

Ma come è possibile? Quelli sono…” Sentiva la sua voce tremare, gli sembrava di essere un bambino intimidito davanti alla maestra.

Sono quello che sembrano realmente. Vede, qui alla ‘Tavola del Capitano’ tutto può succedere e tutto è reale ma rimane fra queste mura. Coraggio vada e scopra cosa l’aspetta o si è dimenticato di essere un Capitano della Flotta Stellare?”

No, no solo che…” mormorò “Oh, al diavolo vada come vada.” disse Sairo e si diresse con passo deciso, o almeno sperava così fosse, verso il tavolo.


Si avvicinò schivando un Klingon ubriaco che cantava le sue imprese, ma non era … ci mancava solo quello: un DaHar Master.

Si concentrò sull’obiettivo il cuore gli batteva nel cuore all’impazzata, sembrava non giungere mai al tavolo.

Poi finalmente si trovò a quattr’occhi con Picard che alzandosi e sorridendo gli indicava una sedia:

Si accomodi, Capitano Sairo. E’ un onore averla con noi.”

Non saprei cosa dire, mi vengono in mente un sacco di cose ma credo che nessuna sia la cosa giusta.”


Non si era mai sentito così imbarazzato e intimidito, si sentiva la gola asciutta come il deserto del Gobi. Anche perché fondamentalmente non aveva ancora capito cosa gli stava succedendo. D’accordo era entrato in uno strano bar, con uno strano barista, ma ora si stava sedendo a bere un cocktail con alcuni Capitani di Flotta, qualcuno dei quali sarebbero dovuto essere leggermente deceduto, che la situazione fosse strana era decisamente un eufemismo.


Stia tranquillo, Capitano Sairo.” A parlare era stato Sisko, la sua voce baritonale era distinguibile fra cento, emanava carisma da ogni sillaba “Qui è fra amici e se si chiede dove si trova le posso spiegare tutto ma prima si rilassi. Questo è l’unico posto nella galassia dove vi possono accedere solo capitani e come può vedere qui non ci sono nemici ma solo parigrado e si può bere anche con l’avversario contro il quale si è appena conclusa una battaglia.”

Mi sono accorto delle molte razze, però mi sto ancora chiedendo come facciate voi a conoscermi.”

Non tutti la conoscono.” A intervenire era il Capitano Archer e lo guardava con quello lo sguardo deciso con il quale, era pronto a scommettere, sicuramente aveva affrontato il primo congresso multirazziale molte delle quali fino allora aliene che avevano dato vita alla neonata la Federazione. “Lei sa chi sono io, se ha studiato la storia. Ma io parto in svantaggio, Picard, Sisko e Janeway hanno insistito per averla al tavolo ma per il resto poco ne so.”


In effetti, poco c’era da raccontare su se stesso e sulla sua nave, il primo volo era avvenuto circa quattro anni prima, da allora molte missioni di routine, qualche schermaglia con i pirati Orioniani, uno scambio di siluri con un gruppo di ribelli cardassiani e poco altro.


Capitano Archer…”

Per prima cosa se la smette di usare il titolo la conversazione filerebbe meglio.” Sembrava un ordine e arrivava dal Capitano Janeway, voce femminile ma tono deciso di comando.

Ok.” disse Sairo “Vede, Archer, io comando una nave di Classe Akira, la U.S.S. Rainbow, ho un equipaggio stupendo sempre pronto a tutto e sono Capitano dal varo della nave, ho poco da raccontare e per diventare una leggenda come voi tutti credo penso di dover passare i prossimi trecento anni in frontiera.”

Non creda di essere sconosciuto negli alti ranghi.” era Picard stavolta a parlare “All’ammiragliato è seguito con attenzione. Chi potrebbe tenere unito un equipaggio con due Borg, tre Klingon, un Cardassiano, una Beta-Klingon, una Klingon-Umana, una El-auriana e solo tre umani lei compreso negli ufficiali superiori. La diplomazia con lei si è fatta arte!”


Il sorriso che seguì questa frase gli fece capire finalmente capire che era giunto il momento di rilassarsi e di godersi la serata. Si guardò in giro e vide razze di tutti i tipi e quello laggiù assomigliava, anzi era lui: il Capitano Nog, il primo Ferengi a capo di una nave federale.

Assaggiò finalmente il suo martini e gustò il sapore secco della bevanda fino in fondo.

A dire il vero mancavano un paio di stuzzichini e magicamente apparvero al suo fianco dei tramezzini con uova e tonno e maionese, i suoi preferiti portati dall’ aiutante di Cap. Posandoli sul tavolo sentì il suo profumo… inebriante e decisamente femminile.

Oh Signore, che posto! Forse erano questi i vantaggi di essere Capitano? Avere un posto dove poter scaricare il fardello di responsabilità solo con parigrado? Costoro e solo costoro potevano capire la solitudine del comando, la difficoltà di ogni decisione che potrebbe portare a morire qualcuno che magari si conosce perfettamente e come spiegare la difficoltà a dare ordine secchi decisi a persone che si considerano amiche al di là di ogni dire?

Ognuno di loro sapeva e aveva perso qualcuno sotto il suo comando, questo lui però per il momento l’aveva evitato, non per merito suo ovviamente ma solo per fortuna una dannata fortuna che lo assisteva in ogni missione.

Alzò lo sguardo dal bicchiere e vide che tutti lo guardavano come se dovesse dire qualcosa a tutti i costi.

Accidenti, gli venne in mente cosa…


Cap mi ha detto della tradizione di questo bar. Quella di raccontare una storia, il primo giro in questo modo è gratis.”

Così è, caro Sairo, a lei la parola.” Disse Sisko.

Potrei raccontare di quella volta che in orbita a Cardassia, per una missione diplomatica, ricevemmo una chiamata dal Comando Centrale che richiedeva il nostro aiuto per dare la caccia ad un gruppo di ribelli. Non posso certo dire che eravamo a riposo, infatti su consiglio di Zalak, il mio primo ufficiale per giunta cardassiano, eravamo costantemente in allarme giallo. La chiamata ci colse lo stesso di sorpresa, come sapete tutti i cardassiani sono una razza molto orgogliosa e di solito preferisce risolvere i propri problemi da soli. E lei Sisko ne dovrebbe saper qualcosa.”


L’ex Capitano di DS9 annui con la testa. La guerra lui l’aveva vissuta sulla sua pelle giorno per giorno in prima linea. Non lo invidiava neanche un po’.

Sairo, Capitano Sairo.” Era la voce di Cap che lo chiamava dal bancone.

Il tono era di urgenza estrema, tutto il bar tacque all’improvviso e un silenzio irreale scese su quel posto, dove prima si cantava, rideva e scherzava ora si taceva, nessuno aveva il coraggio di aprire bocca.

Tutti i presenti sapevano che se Cap interrompeva un racconto il motivo doveva essere più che serio.

Purtroppo era così.

Una chiamata urgente dalla sua nave, può prenderla da qui.” disse indicando una radio subspaziale mai vista e che era degna della porta d’ingresso del bar, che però evidentemente faceva il suo dovere più che egregiamente.

Qui Sairo, che c’è?”

Caro c’è una chiamata urgente dal Comando.” era Wolverina, sua moglie “Tutti ti cercano ma nessuno sa dove trovarti. Sembra che una nave di sopravvissuti Jem Hadar alfani sia stata avvistata a pochi parsec da qui. Ti conviene rientrare.”

Arrivo subito, ma come…” Si rese conto che la comunicazione era chiusa.

Ma come è possibile che lei sappia dove sono se non lo so io?” chiese rivolgendosi a Cap.

Sairo, lei è Capitano ma noi siamo baristi! Tutt’altra cosa, noi non ci crediamo importanti… lo siamo. Ora vada, la nave la aspetta.” Lo sguardo di Cap non era certo quello di invidia, una valanga di guai aspettava quel giovane Capitano.


Sairo si volse verso il tavolo dove era seduto serenamente fino a poco prima; un cenno con la testa dei cinque capitani seduti là gli fecero capire che era il momento di andare e che loro capivano. La sua nave, il suo equipaggio lo aspettava il dovere lo chiamava.


Non bisognava essere degli indovini per capire si trattava di una missione estremamente pericolosa.

Gli alfani erano dei soldati ben addestrati, figli di una guerra perduta e abbandonati dai loro padroni, i mutaforma, che prima li avevano creati e poi ripudiati, senza ordine e soprattutto senza ketracel bianco la loro droga, il loro cibo.

La maggior parte di loro si era trasformata in banditi che razziavano e attaccavano tutto ciò che poteva fornirgli merce di scambio. Tutto questo per ottenere la loro droga che si procuravano dai pirati orioniani. Questi ultimi speravano in questo modo di destabilizzare tutto il quadrante alfa approfittando della debolezza momentanea delle grosse potenze indebolite dalla lunga e sanguinosa guerra col Dominio.

Questa volta aveva bisogno di tutta la fortuna che gli era stata data dal fato e sperava vivamente che bastasse.

Immerso nei suoi pensieri incrociò la collaboratrice di Cap, gli sembrò che volesse dirgli qualcosa e si fermò.


Non devi preoccuparti, devi essere solo te stesso come sempre.”


La sua voce era calda e profonda, i suoi occhi brillavano sembrava più saggia di quanti potesse dimostrare.


Chi sei?” Gli chiese. Quella donna lo incuriosiva.

Sono Helenhan e sono solo una vice barista”

Non capisco.”

Va alla tua nave e fai quello che devi fare. I tuoi amici, il tuo equipaggi ti seguirà. Loro sanno di essere importanti per te e che loro lo sono per te. Come è giusto che sia tra amici.”

Doveva andare, quelle parole non sapeva come lo facevano stare meglio, in un attimo fu fuori dal locale e senza voltarsi chiamò la nave e si fece teletrasportare direttamente in plancia.

Appena materializzato si rese conto che tutto era perfettamente in ordine e in attesa dei suoi ordini: Branniga al timone, Zalak alla postazione del primo ufficiale, Neverest alla postazione scientifica, Ringhoringhio alla tattica, Y’edips alle comunicazioni, T.Bak alla postazione della consigliori, 3di9 in cartografia ed era sicuro che in sala macchine H’elsak e Yumass erano pronte a tirar fuori il meglio dai motori a curvatura, era altrettanto sicuro che in infermeria Trelenah'k sperava che nessuno avesse bisogno di lei.


Con uno sguardo abbracciò tutta la plancia e venne ricambiato da uno sguardo generale deciso e concentrato.


Timoniere, rotta impostata?”

Sì, Capitano.”

Curvatura sette. Attivare.”


Sotto i suoi piedi sentì la potenza dei motori scatenarsi e lanciare la Rainbow lungo la rotta designata.


Tutti gli ufficiali superiori in sala tattica fra cinque minuti.”


La missione, forse la più pericolosa fino ad ora affrontata, era cominciata, era circondato dai migliori ufficiali ai quali potesse pensare e sopratutto dai sui amici. Sarebbe riuscito a riportare a casa loro e il resto dell’equipaggio anche questa volta?


Non lo sapeva e sicuramente non lo avrebbe saputo fino a fine missione. Poteva dare il meglio di se stesso e chiedere altrettanto al suo equipaggio. Poi sarebbero giunte altre missioni e dopo ancora di nuove ma ormai era conscio di quale era il prezzo da pagare per il comando e sapeva di non poterlo dividerlo con nessuno: il costo aveva un nome si chiamava solitudine.

Solo un posto poteva alleviargli questo peso ed era un locale chiamato“ La Tavola dei Capitani”.

      USS Rainbow